03.05.2007
Perché io mi dichiaro contrario all'accanimento terapeutico
Corriere della Sera, 9 marzo 2000
di Mirko Drazen Grmek
Pubblichiamo un brano dal libro di Mirko Grmek, "La vita, le malattie,
la storia" (Di Renzo Editore, pagine 63, lire 16.000)
I medici, nei riguardi dei malati che considerano condannati, sono vittime
di due tentazioni che vanno parimenti proscritte: l'eutanasia e l'accanimento
terapeutico. Sono contrario all'accanimento terapeutico, perché è mia
convinzione che in questa pratica si nasconda spesso un mero desiderio di sperimentare.
Il chirurgo che ha trapiantato, in un paziente affetto da tumore in fase avanzata,
fegato, pancreas, intestino tenue e duodeno, ha fatto solo uno "scoop" personale.
Se, infatti, la sperimentazione richiede il consenso informato del paziente,
non così è per l'accanimento terapeutico, che lascia una porta
troppo aperta alla discrezionalità del medico. Tuttavia se sono contrario
all'accanimento terapeutico, lo sono pure nei confronti dell'eutanasia.
Penso ovviamente all'eutanasia nel senso forte della parola e non alla cosiddetta "eutanasia
passiva", che non si dovrebbe neppure definire tale e che nella maggioranza
dei casi rientra nella categoria dell'assistenza medica al morente. L'esperienza
insegna che la stragrande maggioranza dei malati colpiti da affezioni dolorose
e in situazioni disperate non desidera mettere fine ai propri giorni, bensì avere
sollievo dalle sofferenze, anche a costo di una vita abbreviata, ma non il
suicidio immediato, con tanto di assistenza medica. D'altro canto, le moderne
tecniche di rianimazione permettono di mantenere in vita malati che, abbandonati
al decorso spontaneo dei processi patologici, piomberebbero rapidamente nella
morte. Il ricorso a tecniche come la respirazione artificiale continua deve
essere considerato abusivo se la personalità del malato è molto
compromessa e se il suo stato è senza speranza di miglioramento. Spesso
un tale accanimento è praticato a scopo sperimentale, cioè nell'interesse
del medico o, a rigore, della medicina, ma non del malato. Dato che non è facile
navigare tra queste due tentazioni, Scilla e Cariddi della medicina tanatologica,
i medici e il personale ospedaliero devono dar prova di coraggio, di discernimento
e di compassione, lasciandosi guidare da una massima il cui enunciato è tanto
semplice quanto la sua applicazione è ardua: "Bisogna assicurare
più la qualità della vita che la sua durata".