03.05.2007
Grmek, il medico che ha scelto di morire
Corriere della Sera, 8 marzo 2000
di Viviana Domenici
"Ormai passava gran parte delle giornate attaccato a una macchina che
lo aiutava a respirare e per questo ha deciso di andarsene. L'ha fatto come
poteva farlo solo un uomo come lui: ha stabilito la data, ha telefonato agli
amici più cari per salutarli, ha messo in ordine la casa, ha pulito
tutto. Poi se n'è andato". Danielle Gourevitch, collega e stretta
collaboratrice di Mirko D.
Grmek da trent'anni, racconta come il grande storico della medicina di origine
croata abbia scelto di morire domenica notte nella sua casa parigina di Rue
de Savoie, ma il dolore le soffoca le parole in gola e chiede di essere richiamata. "Non
mi è facile in questi momenti parlare dei suoi ultimi giorni. Aveva
76 anni, dal 1998 sapeva quello che aveva e lo scorso anno aveva perduto
il suo unico figlio. Una ventina di giorni fa decise la data della sua fine
e poiché io dovevo venire a Roma per una conferenza, temevo che mettesse
in atto il suo progetto durante la mia assenza. Per questo non volevo partire,
ma lui mi spinse a farlo: "Vai tranquilla - mi ha detto -. Aspetterò che
tu torni, poi me ne andrò io". Così sono partita per Roma
e sono rientrata a Parigi giovedì. Gli ho telefonato subito e abbiamo
deciso di vederci il giorno dopo, venerdì. Sono andata da lui nel
pomeriggio, per dirci addio. Non poteva più respirare e i medici gli
avevano proposto una tracheotomia per prolungargli ancora un poco la vita,
ma lui l'aveva rifiutata. Ormai aveva deciso di morire". Sebbene fossero
sempre più rari i momenti in cui poteva respirare senza l'ausilio
della macchina, Grmek non esitava a sfruttare quelle brevi pause se qualcosa
lo coinvolgeva davvero. Non sapendo delle sue reali condizioni fisiche, l'avevamo
chiamato dal "Corriere" una decina di giorni fa per chiedergli
un parere su un antico modellino di fegato di cui gli avevamo inviato un
disegno e lui - con la passione di sempre, con la sua cortesia innata -,
s'era staccato dalla macchina per telefonare: "Nel disegno c'è qualcosa
che non capisco bene; comunque lo pubblichi, è un oggetto interessante".
E quando assicurammo che gli avremmo subito spedito le foto per avere un
parere più preciso, ci aveva interrotto: "Non so se avrò tempo".
Solo ora è diventato chiaro il senso di quel "non aver tempo".
Così come assumono un nuovo drammatico significato alcuni brani che
Grmek scrisse due anni fa ne "La vita, le malattie e la storia",
pubblicato in Italia da Di Renzo Editore: "Sono contrario all'accanimento
terapeutico, perché è mia convinzione che in questa pratica
si nasconda spesso un mero desiderio di sperimentare. Tuttavia, se sono contrario
all'accanimento terapeutico, lo sono pure nei confronti dell'eutanasia. Penso
ovviamente all'eutanasia nel senso forte della parola, e non alla cosiddetta "eutanasia
passiva", che non si dovrebbe neppure definire tale e che nella maggioranza
dei casi rientra nella categoria dell'assistenza medica al morente".
Spiega Danielle Gourevitch: "Quando scrisse quelle righe sapeva già che
cosa lo aspettava e affidò le sue riflessioni a quel piccolo libro
stampato in Italia, un Paese che amava davvero. Ora che se n'è andato
penso che passerà a trovare gli italiani prima di tornare da noi a
Parigi".